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Se la DAD non è scuola, non era scuola neanche quella in mascherina

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Foto di Markus Spiske

di Vittoria D’Antonio

Nei mesi primaverili era ancora troppo presto per parlare di didattica a distanza, eppure di opinioni se ne sono sentite tante, dai reclami del diritto allo studio ad un clima di avversione totale nei confronti della DAD.
È fisiologico, ora, in questa “seconda parte” di didattica a distanza, iniziare a parlarne con presupposti diversi, e l’intento è quello di analizzare più in profondità la situazione, cercando di far arrivare il messaggio anche e soprattutto a coloro che non sono più studenti, inondati troppo spesso da opinioni variegate e del sentito dire.
Perché la didattica a distanza è così fortemente criticata?
C’è chi risponderebbe prontamente spiegandoci che non è un buon sostituto delle lezioni in presenza, o che non può essere una soluzione definitiva — ed effettivamente nessuno lo aveva pensato — perché crea più problemi che soluzioni in una situazione già complessa che è quella di una pandemia, e saremmo d’accordo in molti; ma forse è doveroso riflettere sul perché la didattica a distanza sia un così grande, mastodontico problema più in Italia che in altri paesi.
Tanti studenti lamentano problemi di concentrazione, che effettivamente viene messa a dura prova se si è dietro ad uno schermo; per altri la DAD ci priva della parte bella della scuola, la socialità; per altri ancora invece è una situazione di comfort in cui si ha la possibilità di stare tra le mura della propria casa, senza preoccuparsi di cosa si indossa come pantaloni, senza fretta e senza il freddo mattutino sul viso; infine, per qualcuno è un’alienazione dell’istruzione in cui verifiche ed interrogazioni non hanno valore effettivo ed i diritti degli studenti sono posti in secondo piano.
È chiaro che l’opinione soggettiva a riguardo si debba creare non solo in base al tipo di persona che la sta vivendo, ma anche al suo carattere, al tipo di scuola che frequenta, ai suoi professori. Proprio questi ultimi sono stati spesso al centro di alcune critiche da parte degli studenti, per situazioni in cui, con “la scusa dello stare chiusi in casa”, è lecito aumentare la mole di studio ed i compiti assegnati, senza dare troppo spazio al punto di vista umano della didattica. È qui che entrano in gioco problematiche molto più insidiose, superiori al mero elenco di pro e contro della DAD che abbiamo sentito e letto già troppe volte (e di cui, sinceramente, eravamo consapevoli sin dall’inizio).
Se la pandemia da Covid-19 ha fatto emergere problematiche politiche, economiche e sociali, la conseguente didattica a distanza ha fatto venire a galla le profonde lacune di un sistema scolastico fermo a nozioni considerate anacronistiche dal resto d’Europa. Non si parla solo di una mancanza di mezzi e dispositivi — nel mezzogiorno, 4 famiglie su 10 non hanno un PC o un tablet — ma anche di un analfabetismo tecnologico per il quale solo 3 ragazzi su 10 hanno competenze digitali elevate (dati ISTAT).
La mancanza di mezzi e di conoscenze, in una situazione già estremamente tesa e precaria, va ad unirsi alla diffusa incapacità dei professori di adattarsi ai tempi che cambiano, in cui la concentrazione di cui si parlava prima va a mancare perché il docente, credendo che una lezione in DAD possa avere la stessa efficacia e metodologia di una lezione in presenza, dà vita a una serie di lezioni poco stimolanti, senza alcun tipo di interattività e decisamente unilaterali.
Viene da chiedersi cosa sarebbe accaduto alla scuola se la pandemia fosse avvenuta appena cinque o sei anni fa, quando la digitalizzazione generale era ancora più bassa, gli smartphone non erano quelli di adesso e non esistevano le piattaforme di video conferenza o di registri elettronici come ora.
Nonostante questi pesanti aspetti delle videolezioni, per molti ragazzi delle superiori questa situazione appare comunque più invogliante della scuola che hanno vissuto per circa un mese, prima del DPCM di fine ottobre. Perché, effettivamente, una scuola fatta di distanze talvolta finte, mascherine, costanti divieti, litigi con le ASL e tensioni già presenti normalmente nell’ambiente liceale non poteva essere vista come una bella esperienza. Il problema dunque non è soltanto la DAD, che nessuno ha mai visto come una soluzione definitiva ma più come un’alternativa che avrebbe potuto dare i suoi frutti e che è assolutamente necessaria in un periodo delicato come quello della seconda ondata — e a cui i ragazzi si sono già abituati ed adattati, per quanto possibile e con le dovute accortezze — quanto, piuttosto, l’immobilismo del sistema scolastico italiano che sta mostrando tutte le sue macchie in un periodo in cui né la didattica in presenza né quella a distanza sembrano funzionare come dovrebbero.
La scuola deve formare menti critiche e non può, alla fine del 2020 e dopo quasi un anno dall’inizio della pandemia e dall’approccio alla DAD, essere vista solo come un luogo di malesseri e doveri imposti che scoraggiano e demotivano coloro che saranno il futuro di questo o, molto più probabilmente, di altri paesi.
Ciò che rimane, per ora, è sperare che questa situazione caotica cominci a sensibilizzarci sulle problematiche di un ordinamento che ha bisogno di innovazione da molteplici punti di vista; sistema in cui, inoltre, la salute mentale dei ragazzi e di tutto il personale scolastico —se non delle persone in generale — viene considerata come elemento inesistente o superfluo, quando è forse, in realtà, la questione più importante che, se non trattata, potremmo portarci dietro anche quando il virus sarà solo un ricordo, un indelebile ricordo.

Il Buongiorno – 23/11

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