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Sessant’anni fa, Jurij.

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di Claudio Mastrangelo

Sessant’anni fa l’impresa straordinaria del compagno Jurij Gagarin, primo uomo della storia a varcare i confini della Terra, verso lo spazio infinito.
Piccolo omino di 157cm ma con una forza bruta, figlio di una umile famiglia di contadini, “lavoratori ai quali la Rivoluzione d’Ottobre ha dato una vita piena e dignitosa” come ebbe a dire egli stesso, Gagarin fu un fiero patriota leninista, con l’ideologia ben salda nel cervello nonostante la fede cristiana ortodossa non l’abbia mai abbandonato. Fu coraggioso nello spazio e sulla Terra, rifiutando nel 1966 di firmare il manifesto dei cosmonauti contro la religione, ma continuando sempre a servire l’Unione Sovietica come militare, deputato del Soviet Supremo dell’URSS e membro del partito comunista.
Come tutti gli eroi, anche Jurij Gagarin morì “giovane e bello”, a causa di un errore nel coordinamento delle aerovie durante un’esercitazione militare nel 1968: un aereo supersonico ruppe la barriera del suono a meno di venti metri da lui, facendogli perdere il controllo del piccolo caccia MIG-15 sul quale volava, lo stesso aereo col quale più di dieci anni prima aveva preso la licenza di volo militare grazie a un cuscino sotto il sedere che gli consentiva di stare alla giusta altezza nell’abitacolo.
A sessant’anni dalla sua impresa più grande che lo consegnò alla storia, lo ricordiamo con quella sua parola, detta dall’abitacolo della sonda Vostok-1, “Poyekhali!” (Andiamo!), che, tre anni fa stava per diventare il nome della nostra associazione prima che optassimo per Ginestra.
Per un attimo pensiamo a cosa sarebbe la nostra vita, a cosa useremmo invece di un cellulare, un computer o un navigatore, se non ci fosse stato chi disse, senza sapere cosa lo aspettava, “Poyekhali”.

Manifestazione “194 PASSI INDIETRO” a Pescara

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